DOCU-FILM: Imola assegnataria di Medaglia d’oro al Valor Militare per attività partigiana

12/4/2022

di Maria Teresa Merli

12 aprile 2022, la città di Imola presenta il docu-film realizzato con i contributi della Regione Emilia-Romagna, della Sezione di Imola dell’Anpi e della Sezione di Imola dell’Aned e con le sponsorizzazioni di Alleanza delle Cooperative Italiane Imola e di Asscooper Cons. Coop. a r.l. di Imola”. Il film si promette di raccontare il ruolo svolto dalla città e dai cittadini nella lotta di liberazione ed esporre “il perché la Città di Imola abbia ottenuto la Medaglia d’oro al Valor Militare per attività partigiana ”
Purtroppo rileviamo che il docu-film nulla racconta perché nulla poteva essere raccontato per giustificare l’attribuzione di tale Medaglia al Valor Militare per attività partigiana alla città di Imola. Il docu-film null’altro è se non un’operazione propagandistica destinata all’indottrinamento delle nuove generazioni.
Passiamo alla disamina.

Rileviamo che:
Nella parte introduttiva al film, l’Assessore Gambi cita due passaggi di rilievo tratti dall’istruttoria della commissione del Ministero della Difesa. Il primo: dal 13/5/1944 alla fine del 1945 ci sono state 150 incursioni aeree con 1700 bombe (vi faccio notare che erano bombe sganciate dalle Fortezze Volanti, cioè i bombardieri degli Alleati, in particolare degli Americani!...) che hanno portato alla morte di oltre 500 civili in città (Imola contava circa 44.000 abitanti allora).
Non contestiamo la citazione dell’Assessore, ma il dato in quanto tale: non capiamo il nesso fra perdita di vite umane, dolore e distruzione con l’attribuzione della Medaglia d’oro al valore militare. Alla città di Rimini, per analoga se non peggiore sorte, il 16/1/1961 fu attribuita la Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente Giovanni Gronchi, non al valore militare. E ribadisco non capiamo il nesso poiché si trattava, appunto, di bombardamenti Alleati.
Il secondo dato citato dall’Assessore si riferisce al fatto che, proporzionalmente al numero di abitanti, Imola è la città italiana che ha pagato il più alto tributo di sangue e di sacrifici nella lotta contro la dittatura fascista durante il ventennio.

Passiamo al docu-film.
Dopo attenta analisi, rileviamo la sua pressoché completa irrilevanza documentale.
Osservazioni.
Rileviamo che:
Nel cappello introduttivo, il giornalista Alfredo Taracchini Antonaros cita 4 medaglie d'oro e 17 d'argento: non vengono forniti, né in introduzione né a seguire, maggiori informazioni in merito: a chi siano state assegnate dette medaglie né per quali azioni.
Antonaros fornisce un ulteriore dato oggettivo: i morti per mano delle “squadracce fasciste” sono 21.
È forse questo il dato che va a chiarire il secondo punto esplicitato dall’assessore Gambi in introduzione? (“Imola è la città italiana che ha pagato il più alto tributo di sangue e di sacrifici nella lotta contro la dittatura fascista durante il ventennio”).

Riteniamo che le azioni partigiane che hanno portato all’assegnazione della medaglia d’oro debbano a logica riferirsi a fatti di particolare valore ma ciò non viene documentato.

Riteniamo che, secondo buon senso, l’attività partigiana degna dell’oro della patria dovrebbe aver perlomeno agevolato, o auspicabilmente anticipato, la liberazione della città, ma ciò non pare.

In realtà nel docu-film per quanto riguarda l’azione partigiana non sono esplicitate azioni di valore specifiche se non le seguenti testimonianze:
VITTORIO GARDI racconta di aver attuato atti di sabotaggio ai pali del telefono e della luce. Dopo il suo arresto, durante gli interrogatori, la risposta convenzionale data era: “io non so niente”, secondo sua citazione questa fu “l’arma che salvò parecchie persone”.
In una cantina a Cantalupo Vittorio Gardi e suo padre, per 8 giorni furono interrogati, denudati, picchiati e torturati. In seguito alla Stazione di San Ruffillo (Bologna) furono fucilate persone. Gardi mostra la lapide con i 7 caduti di Osteriola. Legge i nomi: Gollini Vladimiro, Cardelli Otello, Volta Angelo, Contoli Candido, Frascari Zeno, Suzzi Enea, Gardi Armando, suo padre, poi insignito di medaglia di bronzo al valore militare.
VIRGINIA MANARESI produceva la dattilografia dei volantini, fu in seguito arrestata e rinchiusa nel carcere della Rocca, subendo percosse, fu in seguito trasferita a San Giovanni in Monte e poi a Bolzano dove, fuggendo, si unì ai partigiani della Val di Non.
VITTORIANO ZACCHERINI, in un’intervista del 2013 racconta di essere stato arrestato, picchiato e interrogato in Rocca poi consegnato alle SS. Poi fu deportato a Bolzano in un luogo simile a Mathausen, tutti erano contrassegnati con un numero. Dopo 5 mesi di detenzione pesava 28 chilogrammi.
LIVIA MORINI, in un’ intervista del 1992 racconta l’inventiva delle donne partigiane, la loro forza: le donne stesero il corpo di un tedesco sotto delle frasche, passarono i tedeschi ma non si accorsero di nulla.
RICCARDO BENFENATI è testimone delle esplosioni e della distruzione degli uffici Cogne (bombardamento Alleato, ribadiamo ancora).
il Benfenati fu chiamato alle armi con lo scaglione del ‘26 ma decise di non presentarsi. Aveva 18 anni. Si diede alla macchia e si unì, dopo una quindicina di giorni, al gruppo partigiano guidato dal comandante Bob (1) e poi a quello di Carlo Nicoli. Si armò di pistola e bomba a mano nella cintura. Mostra una foto. È sdraiato a terra: lui divenne il mitragliere della compagnia.

Proseguendo, riteniamo che debbano considerarsi semplici testimoni i sigg.
LIDIA CIARLATANI di Sassoleone. Ella racconta la rappresaglia nazista di cui rimasero vittime 60 persone, racchiuse nel campanile poi fatto saltare. Purtroppo perse la madre e un suo cugino perse un occhio. Lidia aveva 12 anni.
EZIO FERRI testimone, all’epoca ospite di Santa Caterina, narra l’attività di Don Giulio il quale possedeva un fucile e nascondeva i partigiani sia a Santa Caterina che al Carmine, probabilmente anche presso le Clarisse.
MINO CERONI testimone del 14 aprile, giorno della liberazione, in cui i polacchi con il generale Anders arrivarono a Imola. Pone grande enfasi sul fatto che Imola fosse deserta, nessuno per le strade. Non cita la presenza di partigiani di sorta né in centro né alla stazione ove egli si reca. Le uniche persone che incontra sono Rafuzzi Raffaele, suo vicino di casa, e Zaccherini, un ragazzo con cui giocava a calcio.
Simile testimonianza quella della signora ELSA ALPI la quale vede due tedeschi per la strada e solo nel pomeriggio tardi i Polacchi ed esprime infine giusta soddisfazione per la fine di un percorso molto duro: il vestito se lo fece con il sacco dello zucchero dei polacchi.
La testimonianza della signora Alpi peraltro coincide con ciò che è noto: a Imola le ostilità belliche terminarono in maniera incruenta il 14 aprile 1945 con la fuga nella mattina di due tedeschi in motocicletta e l’arrivo nel pomeriggio delle truppe polacche.
Dissentiamo quindi con l’affermazione della docente Roberta Mira che afferma che quando le truppe polacche entrarono a Imola trovarono, già in piazza, i partigiani delle SAP.
Infine il sig. MINO CERONI annuncia la fine di tutto e il suono del campanone.

Rileviamo con stupore che nulla viene raccontato di reali valorose azioni partigiane.

La docente prof.ssa Roberta Mira, relatrice nel docu-film, pone enfasi sul partigiano Elio Gollini, il quale raccolse la documentazione necessaria a testimoniare l’attività partigiana. Egli era altresì redattore del foglio comunista, LA COMUNE. La docente non menziona altri partigiani di rilevo.

Rileviamo con stupore che i fatti del pozzo Becca in cui furono ritrovati 16 corpi di partigiani (di cui un imolese: Domenico Rivalta, poi decorato con Medaglia d’oro al valor militare) barbaramente uccisi dai tedeschi, vengano liquidati in poche frasi e ancora più breve sia la dissertazione a proposito del linciaggio di 16 fascisti in via Aldrovandi e via Cosimo Morelli, lasciata in totale approssimazione narrativa e liquidata come cagionata da mera ritorsione popolare dopo la precedente “scia di sangue fascista”. Ora, per amore di giustizia, bisognerebbe ricordare ed onorare almeno i giovanissimi Cornazzani Luigi di anni 17; Fedrigo Francesco di anni 17; Folli Ilario di anni 17; Masi Giulio di anni 20; Trerè Pietro di anni 15 ivi trucidati dalla barbarie locale e mai ricordati dalla attuale o precedenti Amministrazioni.

Rileviamo con stupore che partigiani di spicco ai quali sono dedicate vie cittadine non sono menzionati. Ci chiediamo, come mai sono ignorati dalla narrazione?

In conclusione direi che l'intento del film: “dirci perché Imola sia stata insignita di Medaglia D'oro al Valor Militare per attività partigiana” sia stato completamente disatteso.
Purtroppo occorre rilevare che il film risulta monco o addirittura artefatto secondo una scaltra ma vuota manipolazione di marketing destinata all’indottrinamento dei nostri studenti: infatti, già in data 13 aprile 400 alunni imolesi sono stati oggetto di iniziatica manipolazione e accompagnati ad assisterne la visione secondo lo stile sistematico e insistente di chi da decenni costruisce le proprie campagne elettorali sull’ideologia comunista.

Purtroppo storia amputata quella del docu-film imolese, sbrodolato di fatti storici nazionali e mai calzante sugli eventi che colpirono Imola.

In realtà, “dopo il 25 aprile la strage contro i vinti - ormai inermi e indifesi - fu indiscriminata, insistente e crudele”(2), la fausta liberazione dal nazi-fascismo, non fu gioia per tutti, anzi si trasformò in giornata di lutto per ben 107 famiglie imolesi, tante furono le persone massacrate all'indomani della liberazione, undici di dette vittime furono donne.
Di costoro, undici avevano 18 anni e meno di 18 anni; l'ausiliaria Luciana Minardi aveva 16 anni. La famiglia Biondi (padre, madre, la figlia di 25 anni, un figlio di 17) furono sterminati, in casa loro una notte dell'autunno 1945; Bruno Liverani, giovane ufficiale, fu linciato in piazza il 29 agosto 1946; Giulio Cavulli, monarchico di 25 anni, cadde sull'uscio di casa per mano di «sconosciuti» giunti dalla bassa imolese, il 14 luglio 1948.
Questo elenco non è mai stato completato poiché ci fu, soprattutto nei primi anni, gente assai reticente a confessare e ad ammettere la scomparsa dei propri cari. Per paura di rappresaglie, si capisce.

E prima del fatidico 25 aprile?
Spulciamo, fra i tanti nomi, quello del Maggiore Gernando Barani il quale fu ucciso davanti a casa da gente che lo colpì alle spalle la sera del 4 novembre 1943. Fu assassinato con tre revolverate alla schiena, rincasava in bicicletta: un galantuomo e un patriota rispettato da tutti. Forse si tratta del primo italiano caduto in un agguato. Chiedo: ai sicari il Comune ha sì o no dedicata una strada a Imola? (3)
La maestra Nanni Pierina, insegnante e donna esemplare, fu freddata a due passi dalla scuola di Pediano, dove la poveretta abitava, la sera del 14 maggio 1944, da alcuni “combattenti per la libertà” (4).
E ancora la fine esecranda (22 maggio 1944) del Console Gustavo Marabini colpito a tradimento dalla cosidetta «primula rossa» (5) che fece credere di volersi arrendere e con il quale il Console aveva concordato un incontro distensivo e disarmato.

Nel 1986, dopo quindi un'attesa di 41 anni, il gonfalone di Imola fu insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare per attività partigiana, ma, come ben sintetizzato da Alfredo Taracchini Antonaros, a seguito di “grande lavorio di lettere partite dal palazzo comunale, richieste del sindaco, viaggi a Roma”.

E dopo 77 anni la nostra città produce un docu-film dal sapore edulcorato e dai fini propagandistici, povero nei contenuti che certo non potevano essere, se oggettivamente esplicitati, oggetto di gloria.


(1) Luigi Tinti
(2) cit. Italo Merli
(3) (via) Livio Poletti (http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/isrebo/strumenti/P4.pdf) pagina 8
(4) persona alla quale fu poi poi assegnata una medaglia d’argento al valor partigiano e intitolata una strada nel quartiere Zolino (Istruttoria questura di Bologna).
(5) il capo partigiano Silvio Corbari

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PER RIFERIMENTO E CONFRONTO RIPORTIAMO QUI DI SEGUITO IL TESTO INTEGRALE DEL DOCU-FILM.
Le parole dei testimoni sono state schematizzate poichè il loro racconto risultava spontaneo e libero, impossibile da riportare integralmente, talvolta con espressioni dialettali. Fra parentesi, accanto al nome, ho specificato il ruolo dei narratori.

Premessa:
“il Comune di Imola in collaborazione con il Cidra ha realizzato il docu-film Per un'idea di libertà. Imola Medaglia d'oro, che racconta il ruolo svolto dalla città e dai cittadini nella lotta di Liberazione ed espone perché la Città di Imola abbia ottenuto la Medaglia d’oro al valore militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua partecipazione alla lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale. La Medaglia è stata conferita con decreto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini il 12 giugno 1984 ed è stata consegnata al Comune di Imola il 12 aprile 1986 dal suo successore il Presidente Francesco Cossiga.
Il docufilm è stato realizzato con i contributi della Regione Emilia-Romagna, della Sezione di Imola dell’Anpi e della Sezione di Imola dell’Aned e con le sponsorizzazioni di Alleanza delle Cooperative Italiane Imola e di Asscooper Cons. Coop. a r.l. di Imola”.

DOCU-FILM - IMOLA MEDAGLIA D’ORO

ALFREDO TARACCHINI ANTONAROS (giornalista):

Quello che è accaduto è stato per Imola sicuramente un enorme avvenimento. Piazza Matteotti era strapiena di di folla, c'era la banda dell'esercito, c'erano musiche, c'erano bambini, donne, tantissimi colori, bandiere, probabilmente un evento così importante nella grande piazza di Imola non c'era dai tempi della liberazione, quindi dal 1945. Cos'era successo? Era successo che dopo grande lavorio di lettere, partite dal palazzo comunale, richieste del sindaco, viaggi a Roma si era riusciti finalmente a dare ad Imola un riconoscimento a cui la città teneva tantissimo. La città aveva già visto l'assegnazione di 4 medaglie d'oro e 17 medaglie d'argento a persone che avevano combattuto per la liberazione di Imola. Si fece la domanda che anche la città fosse assegnata la medaglia d'oro e Roma decise che Imola meritava effettivamente una medaglia: una medaglia d'argento. Per cui si cominciò a pensare che fosse opportuno insistere ancora, bastarono di nuovo alcuni anni e finalmente a metà degli anni 80 ci fu questa comunicazione che alla città era stata assegnata la medaglia d’oro. Grande entusiasmo, anche perché ad assegnare la medaglia d'oro alla città vuole essere un grande partigiano, forse il più famoso partigiano italiano, almeno in quel momento: era Sandro Pertini, però accade che cambia la presidenza della Repubblica e subentra Francesco Cossiga. Il sentimento più comune, più diffuso, secondo me, era quello di sentire di partecipare ad un evento storico importante, quando la città fu liberata quel 1945, 21 erano stati gli imolesi uccisi dalle squadracce fasciste lungo le strade. Più di metà delle case erano praticamente distrutte a Imola, ma era successo anche di peggio durante il regime. Erano passati quasi quarant'anni da quegli eventi che non era tanto la memoria in sé per sé, di fatti specifici che ci interessava di esumare, ma ciò che per noi era fondamentale era far capire come gli ideali su cui quella notte era stata innestata, quella notte era partita, erano ideali ancora del tutto attuali. La narrazione è importante perché, se è fatta come si deve, diventa un momento di resurrezione, far rinascere i fatti che sono accaduti nel passato, ma fa anche riconsiderare il presente, ridandogli una vita nuova è ciò che ci premeva era costruire una narrazione che facesse capire come la difesa della libertà sia un impegno che riguarda ciascuno di noi, che ci riguarda tutti i giorni.

a) ROBERTA MIRA (docente a contratto UNIBO)

Nel luglio 1943, gli alleati sbarcano in Sicilia e l'Italia si viene a trovare in una posizione piuttosto complicata, principale alleata della Germania nazista, avversaria degli inglesi e degli americani, ha ora i nemici sul territorio italiano e da una parte il re Vittorio Emanuele III dall'altra alcuni gerarchi fascisti cominciano a pensare che sia necessario uscire dalla situazione di guerra e soprattutto trovare un capro espiatorio, che viene individuato per entrambe le parti in Benito Mussolini. Il 25 luglio 1943 il re coglie l'occasione di un voto sfavorevole a Mussolini da parte del Gran Consiglio del fascismo che ha votato un ordine del giorno presentato da Dino Grandi di Mordano e fa arrestare il Duce dando il governo in mano al Generale Pietro Badoglio. La fine del fascismo coincide, nella testa delle persone, con la fine del conflitto e le piazze d'Italia, Imola compresa, vedono una festa popolare per la fine della guerra. Si tratta in realtà di un’illusione. Ben presto Badoglio e il governo chiariscono che la guerra va avanti, il re e il nuovo governo in realtà hanno aperto trattative segrete con gli alleati, ma non vogliono far capire ai tedeschi che questa è la direzione che il governo ha preso. Quando viene data la notizia dell'armistizio, l'8 settembre del 43, la popolazione è colta impreparata, l'esercito italiano colto impreparato, viene lasciato praticamente senza ordini e i tedeschi invece, che avevano capito da tempo che l'Italia si stava spostando rispetto all'alleanza con la Germania nazista, sono pronti a prendere il possesso del territorio e il controllo della situazione. A questa presenza dei tedeschi si affianca ben presto il partito fascista repubblicano che nell'estate del 44 si trasforma anch’esso in un corpo militare (...e quello che è di là a venire). I tedeschi sono interessati a Imola per la sua posizione lungo la via Emilia e lungo alcune strade che attraverso l'appennino congiungono il Sud come il Nord Italia e che vengono ad attraversare nel corso dei mesi il fronte vero e proprio sulla linea gotica. E sono interessati a Imola anche per la presenza di industrie di produzione bellica come per esempio la Cogne e per il resto della produzione agricola e industriale. Quindi, quando occupano la città intendono mantenere il controllo della situazione e potersi muovere liberamente per quelli che sono i loro interessi militari e di gestione di sfruttamento delle risorse italiane.
Successivamente l'atteggiamento tedesco si inasprirà. Vedremo che anche i tedeschi saranno responsabili di molti eccidi sul territorio.
I fascisti invece, fin da subito, iniziano un'opera di vendetta nei confronti di quelli che ritengono essere oppositori o pensavano essere gli oppositori e si rendono responsabili di numerosi arresti e di uccisioni di antifascisti e di partigiani.

LIDIA CIARLATANI di Sassoleone (testimone)
narra:
i tedeschi (e c’era anche la milizia): “andate dentro il campanile”... e poi l’hanno fatto scoppiare. Dentro c’erano 60 persone.
Incendi nelle case (con fienile adiacente).
Condotti dalle SS con il fucile spianato.
C’erano anche due persone mascherate di nero (sicuramente del luogo)
La mamma fu uccisa.
Il cugino perse un occhio e ferito ad una spalla.
Lidia aveva 12 anni, suo fratellino 4.
La zia fece loro da mamma.

b) ROBERTA MIRA

A Imola l'organizzazione dell'opposizione alla Repubblica Sociale Italiana e all'occupazione nazista è piuttosto precoce: abbiamo già alla fine del luglio del 43, dopo l'arresto di Mussolini, il primo comitato clandestino di cui fanno parte i partiti antifascisti e questo comitato diventa dopo l’armistizio del 8/9/1943 il Comitato di Liberazione Nazionale.
I primi gruppi armati a Imola si formano già dell'inverno 43/44 e dobbiamo attendere almeno la primavera prima di arrivare ad avere delle formazioni in grado di agire in modo efficace perché la resistenza va costruita a partire dalla decisione di diventare partigiani, e non è semplice decidere di combattere una guerra, di usare le armi, di usare la violenza contro altri esseri umani senza avere quello scudo che è rappresentato da una divisa di un esercito regolare che combatte per uno Stato legittimo. I partigiani fanno questa scelta in piena autonomia, in un vuoto di potere politico che pone notevoli difficoltà. A Imola è molto forte l'impulso che viene dal partito comunista che ha mantenuto un'organizzazione clandestina anche gli anni del regime fascista e che quindi è più pronto di altri partiti. Ma la maggior parte dei partigiani è composta da giovani che, cresciuti negli anni del fascismo, sono chiamati a prestare servizio militare, quindi a continuare la guerra a fianco dei tedeschi nelle formazioni della Repubblica Sociale e loro scelgono la via della resistenza essenzialmente per sfuggire ai bandi di chiamata che minacciano la fucilazione per chi non si presenta ai comandi. Pur essendo appunto la resistenza una minoranza, troviamo nella resistenza giovani, persone più anziane, troviamo uomini, donne e troviamo rappresentati le varie classi sociali: impiegati, studenti, contadini, operai: uno specchio dell'intera società.
E i primi gruppi che vanno verso l’Appennino a sud di Imola danno vita nel corso del tempo alla 36a Brigata Garibaldi, una delle principali Brigate di montagna dell'Appennino Tosco Emiliano e nell'estate - autunno del 44, quando la linea gotica che passa proprio alle spalle di Imola diventa il caposaldo della difesa tedesca in Italia, e gli alleati Anglo americani puntano sul suo sfondamento per poter arrivare nella Pianura Padana e porre fine alla guerra, la 36a brigata si trova al centro dello schieramento. Cito solo il grande combattimento di Monte Battaglia che entra anche nella documentazione ufficiale degli alleati come riconoscimento all'attività partigiana.

In città e in pianura abbiamo una situazione che è completamente diversa: qui la presenza fascista e tedesca è molto più forte, quindi i gruppi partigiani devono essere più piccoli e devono vivere secondo delle norme di stretta contiguità. In particolare nell'imolese abbiamo un distaccamento dei gruppi di azione patriottica GAP della settima brigata di Bologna e abbiamo le squadre di azione patriottica le SAP.
Quello che oggi sappiamo della resistenza imolese, in gran gran parte viene dal lavoro che i partigiani di allora hanno fatto in mezzo a mille difficoltà per raccogliere la documentazione necessaria a testimoniare la loro attività. In particolare mi viene in mente la figura di Elio Gollini, partigiano imolese, importante dirigente prima del fronte della gioventù e poi delle squadre d'azione patriottica (delle SAP) e redattore del foglio comunista, LA COMUNE che ha raccolto nel corso della sua attività partigiana, nonostante la necessità di rimanere nascosto e di stare in clandestinità per non farsi catturare, una grande mole di documenti. Elio Gollini era molto giovane, allora aveva appena vent'anni eppure fece questa scelta difficile e partecipare alla resistenza era particolarmente difficile, proprio perché in città, dove Gollini agiva, la presenza dei fascisti, dei nazisti era molto consistente: era chiaro che esporsi in attività di opposizione metteva a rischio la vita stessa dei partigiani. Tant'è vero che nel caso di Elio Gollini, sulla sua testa era presente una taglia, in qualche modo era minacciato di morte e se fosse stato catturato sapeva già che sarebbe stato impiccato a un lampione della piazza centrale di Imola.

VITTORIO GARDI (testimone partigiano)
cita atti di sabotaggio ai pali del telefono, pali della luce

c) ROBERTA MIRA
Le azioni che questi gruppi fanno sono le più svariate, vanno dal reperimento di armi alla distribuzione della stampa clandestina e quindi alla propaganda verso la popolazione e si crea una vera e propria rete di portaordini, di staffette, di informatori, di addetti alla logistica, di addetti al servizio sanitario, al reperimento di materiale utile alla resistenza e una rete parallela anche di case sicure, di luoghi di incontro, mi viene in mente il Carmine di Imola per esempio, di depositi di armi, munizioni e di materiale.

EZIO FERRI (testimone, ospite di Santa Caterina)
Al Carmine i probandi (i futuri sacerdoti) si rendevano utili.
Al Carmine si nascondevano i partigiani.
Don Giulio nascondeva sotto l’abito/la mantella un fucile da guerra, il Ferri ne fu testimone un giorno in Via Case di Dozza, quando era con Don Giulio.
Non sa che fine abbia fatto questo fucile, se qualcuno l’avesse preso in dotazione.
Forse le suore Clarisse collaboravano e non si sa se il fucile di Don Giulio fosse presso di loro custodito. “Don Giulio faceva cose rischiosissime”.

d) ROBERTA MIRA
senza questa rete la resistenza non potrebbe agire, non potrebbe svilupparsi, non potrebbe organizzarsi sul territorio, quindi capiamo che la resistenza armata non è l’unica forma di resistenza

LIVIA MORINI (testimone, intervista del 1992)
Le donne e la Resistenza, la loro forza.
“la resistenza è stata tutta da inventare”
Le donne stesero il tedesco con delle frasche, passarono i tedeschi ma non si accorsero di nulla.
Aggiunge: “La stampa è molto importante: la popolazione aveva diritto di sapere le cose vere, non quelle trasmesse per radio”

VIRGINIA MANARESI (testimone partigiana)
Scriveva a macchina e per non farsi sentire dal vicino di casa fascista utilizzava coperte per attutire il rumore della macchina da scrivere, finiti di scrivere i volantini li portava al capo. A volte brutte notizie erano recapitate e rientrava piangendo.

VITTORIO GARDI (testimone partigiano)
nel video si trova nel cortile dove conducevano le persone. Indica la scala che conduceva in alto. Lì subivano gli interrogatori.
“I nostri vecchi ci avevano insegnato di rispondere “io non so niente”, questa fu l’arma che salvò parecchie persone”.
In una cantina a Cantalupo, Vittorio e suo padre furono interrogati tutta la notte e nel piano superiore furono denudati, picchiati e torturati. Per 8 notti fu la stessa cosa. C’erano molte altre persone, uomini e donne.
Il padre fu caricato su sidecar e quella fu l’ultima volta che vide il padre.
Stazione di San Ruffillo: fucilazione. Mostra la lapide con i 7 caduti di Osteriola. Legge i nomi: Gollini Vladimiro, Cardelli Otello, Volta Angelo, Contoli Candido, Frascari Zeno, Suzzi Enea, Gardi Armando, medaglia di bronzo al valore militare, suo padre.

VIRGINIA MANARESI (testimone partigiana)
29/11/44: Fu denunciata da una compagna di scuola. Un conoscente la avvisò.
Fu arrestata e portata in carcere nella Rocca di Imola.
Temeva che fossero arrestati i genitori.
Rimase 3 giorni. Venne picchiata. Dopo fu rinchiusa nelle carceri di San Giovanni in Monte a Bologna e poi a Bolzano.
Scappò e si unì ai partigiani della val di Non.

VITTORIANO ZACCHERINI (testimone partigiano, intervista del 2013)
Arrestato, picchiato e interrogato in Rocca poi consegnato alle SS.
Poi mandato a Bolzano e in un luogo simile a Mathausen. Davanti al campo tante persone con vestito a righe blu e bianche, scheletri. Ognuno era un numero, lui il 115778.
La sopravvivenza nel campo era di 5/6 mesi, stando bene. "Se si marcava visita era la fine".
Lui fu trattenuto dal 5 dicembre al 5 maggio 1945.
Pesava 28 chilogrammi. Lo pesarono gli americani. Gli preannunciarono una settimana di vita.
In seguito il dolore di rimanere vivo risultò quasi una colpa nei confronti di chi morì, di quei genitori che non poterono più rivedere i figli.
Non era creduto nei suoi racconti, nemmeno dai compagni partigiani, nemmeno dai familiari.

e) ROBERTA MIRA
Imola nelle grandi retrovie è fatta segno di bombardamenti e di cannoneggiamenti e la popolazione vive per lunghi mesi a contatto con la guerra direttamente ed è vittima anche di episodi non direttamente legati alla violenza nazista o fascista, ma è vittima di bombardamenti, di cannoneggiamenti, di morti che sono legati al contesto di guerra. Il 30 gennaio del 1945 siamo dopo le 09:00 di sera Imola comincia ad essere bombardata con granate, senza nessun avviso e quindi anche per le persone era difficile avere il tempo di potersi rifugiare, nascondere, mettersi al riparo. E c'è una lettera di poche settimane dopo:

Imola, 19 Febbraio 1945. Al soprintendente bibliografico di Bologna. Mi corre il dovere di informarvi che la sera del 30 gennaio scorso alle 21:35. L'edificio della nostra biblioteca è stato colpito da una granata, penetrata ed esplosa entro la stanza al piano terreno, che per concessione dell'amministrazione del comune era stata lasciata in uso all'ex Bibliotecario signor Romeo Galli, fin da quando, per raggiunti limiti di età, fu collocato a riposo. Due familiari del signor Galli, la nuora e la cognata, hanno trovato la morte.

E un'altra testimonianza che ci racconta di questi anni, di Imola sotto il terrore, scritti da una donna all'epoca, una ragazza speciale è il racconto di Rosa Maiolani, lei all'epoca, nel ‘40 aveva 14 anni, quindi poco più di una ragazza scrive:
“Giorno e notte, sempre granate e mitraglia di Pippo e noi qua sotto a farci ammazzare. Tra città e campagna sono centinaia al giorno le granate che arrivano e distruggono e ammazzano.
In questi giorni il comune sta allestendo delle cantine da adibire a rifugio anti aereo. Così fanno anche i signori di Imola nei loro palazzi e tanti imolesi nelle loro case. Speriamo che non ce ne sia bisogno. Però gli allarmi con le sirene e i rintocchi del palazzo comunale sono sempre più fitti. Ne finisce uno, ne comincia un altro, vuol dire che le fortezze volanti sono sempre nelle vicinanze.”

RICCARDO BENFENATI (testimone partigiano)
alla Cogne facevano proiettili e cannoni, molti operai uscivano da dietro verso la campagna.
Bombe caddero in via Selice e molte nel canale che costeggia la Selice.
Testimone delle esplosioni e della distruzione degli uffici Cogne.
Lo scaglione del ‘26 fu l’ultimo chiamato alle armi.
Due giorni dopo decise di non presentarsi. Aveva 18 anni.
Prese la bicicletta e andò a Cognale. 2 giorni dopo i tedeschi fecero un rastrellamento. Da 15 giorni vagava per i boschi, con i vestiti laceri. Incontrò un drappello di uomini armati che attraversavano il sentiero. Si definisce renitente alla leva, sbandato, propose di unirsi a loro. Loro dissero che avrebbe dovuto armarsi da solo. Lo portarono dal comandante Bob (Luigi Tinti n.d.r.). Carlo Nicoli dopo alcuni mesi fu nominato a capo di un battaglione. Lui si armò di pistola e bomba a mano nella cintura. Era pronto a farsi saltare se fosse stato catturato.
Da quel momento non si sentì più ragazzo, ma uomo, "si cambia, si diventa qualcun altro".
Mostra un foto. È sdraiato a terra: lui è divenuto il mitragliere della compagnia.

f) ROBERTA MIRA
All’inizio dell’aprile 45 gli Anglo americani riprendono le operazioni militari, sfondano definitivamente il fronte e irrompono nella pianura Padana. Il 14 Aprile del 1945 le prime truppe polacche entrano a Imola e trovano però a Imola, già in piazza, i partigiani delle SAP.

MINO CERONI (testimone)
non era capace di stare in casa.
Imola era DESERTA, DESERTA: NESSUNO! In fondo la strada vide Rafuzzi Raffaele suo vicino di casa. Insieme vanno verso la stazione e, sembrava che giocasse a nascondino, c’era Zaccherini (Zaccherini Giorgio? n.d.r.), che di solito giocava a pallone con lui a palazzo Monsignani. Li riconosce. Non c’era nessun altro in giro.

ELSA ALPI (testimone)
vide due tedeschi, poi pomeriggio tardi arrivarono i Polacchi.
Uscirono due tedeschi che si erano nascosti.
Suonarono le campane.

MINO CERONI (testimone)
era finito tutto.
Il campanone suonò.

ELSA ALPI (testimone)
soddisfazione per la fine di un percorso molto duro. Il vestito se lo fece con il sacco dello zucchero dei polacchi.

g) ROBERTA MIRA
La festa è una festa molto grande per la liberazione, è un momento di gioia incontenibile.
Però questo momento di gioia è guastato dalla scoperta nei giorni immediatamente successivi degli ultimi episodi di violenza efferata compiuti dalle Brigate Nere. Proprio nella notte precedente la liberazione della città le Brigate nere che abbandonano Imola prelevano dal carcere della Rocca gli ultimi antifascisti che sono in loro custodia li portano nello stabilimento ortofrutticolo Becca e li uccidono abbandonando i loro corpi all’interno di un pozzo artesiano per celare l'omicidio. I corpi vengono trovati nel pozzo proprio nei giorni successivi alla liberazione e questo è un episodio che lascia una profonda ferita nella popolazione imolese che si va ad aggiungere a quelle che già la popolazione aveva subito e nel corso dei 20 mesi della guerra.

Purtroppo a Imola, abbiamo lo stesso un'esplosione di violenza incontrollata nel linciaggio di alcuni fascisti che vengono prelevati da alcune carceri in Veneto, portati a Imola perché vengano processati e assaltati, feriti dalla folla e uccisi proprio per reazione alla grande scia di sangue che era stata lasciata dall'azione fascista e nazista in città.

A Imola viene avviata l'operazione di conservazione di costruzione della memoria della resistenza anche con un'imponente funerale pubblico collettivo dei caduti della resistenza imolese che si tiene in centro a Imola nell'ottobre del 45.

Imola è una città importante anche per il tipo di resistenza che si viene a creare, perché qui c'è una forte brigata di montagna, c'è una forte resistenza anche in pianura e in città e c'è un'adesione piuttosto alta della popolazione civile alle attività partigiane e che verranno poi riconosciute con l'assegnazione della medaglia d'oro per la partecipazione alla lotta di liberazione da Imola e degli imolesi.