L’omicidio dell’Appuntato Di Carlo: un crimine rimasto impunito

1/6/2024

di Pietro Cappellari

LE GRANDI INCHIESTE DE “L’ULTIMA CROCIATA”


Dopo tanti anni, tra Viterbo e Terni riemerge una storia sconosciuta


Lo studio dei caduti della RSI è certamente una ricerca senza fine. A tanti anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale ancora non si ha un quadro definitivo della problematica, dovuto essenzialmente al disinteresse dello Stato italiano ad affrontare un argomento così “sensibile”. Per questo motivo, le ricerche – affidate a volontari – sembrano non finire mai. Ancora nel 2021 si fanno scoperte per certi aspetti sensazionali. È il caso del documento ritrovato presso l’Archivio di Stato di Viterbo dal giornalista Silvano Olmi, durante uno studio sulla RSI nel Viterbese. Il documento in questione è una relazione del Dott. Umberto Schiavotti, Procuratore della Repubblica di Viterbo, datata 26 Settembre 1949. Racconta una storia per molti aspetti agghiacciante, ma che ben delinea la realtà di quegli anni: la scomparsa dell’Appuntato dei Carabinieri Sabatino Di Carlo.

Questo Carabiniere, originario di Castel S. Angelo (Rieti), classe 1906, in servizio presso il Distaccamento della Guardia Nazionale Repubblicana di Giove (651° Comando Provinciale della GNR di Terni), aveva abbandonato il paese tra l’11 e il 12 Giugno 1944, all’atto della ritirata generale delle truppe della Repubblica Sociale Italiana, prima dell’occupazione britannica. Si era allontanato verso Roma, per sfuggire alle probabili violenze antifasciste e alla cattura da parte degli Alleati.

I mesi passavano e nessuna notizia giungeva alla famiglia sulla sua sorte. Di lui si erano perse notizie e i più – chissà perché – lo consideravano ucciso da soldati germanici sbandati in ritirata. Dove, come e quando nessuno, però, sapeva dire. Fino ad un drammatico giorno di Ottobre del 1944:

Il giorno 9.10.1944 furono rinvenute, in un bosco denominato “Piano della mora” (tenuta Palazzolo) dell’agro di Bassanello [l’attuale Vasanello, in provincia di Viterbo], alcuni resti di ossa umane, oltre a pezzi di indumenti e scarpe da uomo ed altri oggetti più o meno rovinati dalle intemperie e dagli animali carnivori esistenti nel bosco. Più in là, fu rinvenuto un portafogli contenente carte varie e fotografie, nonché documenti e tessera di riconoscimento intestati all’Appuntato dei Carabinieri Di Carlo Sabatino, già dipendente della Stazione di Giove.

Dalle prime indagini – e principalmente dalle dichiarazioni della vedova Laurenzi Angelina – risultò che il Di Carlo, in data 11 o 12 Giugno 1944, cioè dopo la partenza delle truppe tedesche, e prima dell’arrivo di quelle alleate, fuggì da Giove diretto verso Roma, dove aveva alcuni parenti, perché intendeva sfuggire alle ricerche di taluni facinorosi del paese i quali intendevano catturarlo per poi od ucciderlo o consegnarlo alle truppe alleate, unicamente perché, quale Carabiniere, non si era dato alla macchia, ma aveva seguitato a prestare servizio durante il periodo della dominazione nazi-fascista.


L’Appuntato Di Carlo Sabatino


Nonostante che molti ebbero la netta sensazione che la storiella dei “Tedeschi uccisori” fosse solo una grossolana copertura di ben altri fatti di sangue, nessuno ebbe il coraggio di dire nulla. Una storiella di comodo che, oltretutto, non aveva riscontri con la realtà dei fatti, visto che Viterbo era stata occupata dagli Angloamericani già il 10 Giugno e, il giorno successivo, i carri armati alleati avevano raggiunto Bagnoregio, una trentina di chilometri (linea d’aria) a Nord di Palazzolo di Bassanello, dove erano stati rinvenuti i resti dell’Appuntato. Ora, sostenere che dei Genieri tedeschi fossero in zona l’11 Giugno o, addirittura, il giorno successivo era davvero una forzatura che non aveva riscontro con la realtà. Si aggiunga che la data ufficiale del decesso, come compare sul monumento ai caduti di Castel S. Angelo, è fissata al 13 Giugno, quando praticamente i Germanici stavano ripiegando in Toscana e gli Alleati erano già a Terni e a Bolsena e si apprestavano ad entrare a Spoleto (Perugia) ed addirittura a Roccalbenga (Grosseto), distanti rispettivamente 60 e 110 km da dove avvenne l’assassinio!

Quindi, possiamo affermare che il 12 e il 13 Giugno, Bassanello non era “terra di nessuno”, ma già zona occupata dagli Angloamericani, tanto è vero che i primi soldati alleati entrarono in paese il 9 Giugno 1944. Sostenere che, nei giorni successivi, sul territorio si aggirassero soldati germanici è davvero forzare la realtà storica dei fatti. Addirittura, il Brigadiere dei Carabinieri Reali Alfredo Gazerro, datosi alla macchia, dal 10 Giugno era rientrato in servizio, procedendo alla riapertura della Stazione dell’Arma di Bassanello.

Tutto ciò, inoltre, senza contare il fatto che nessuno, dato il luogo impervio ed isolato dove era avvenuto l’omicidio, aveva visto e sentito nulla.

Ovviamente, le indagini delle Autorità per sapere cosa fosse successo non approdarono a nulla e per quasi due anni la vedova attese invano giustizia, fino ad una nuova agghiacciante scoperta: “Nell’Aprile 1946, nei pressi del bosco dove erano stati rinvenuti i resti del Di Carlo, fu trovato, appeso al ramo di un albero, un cranio che si ritenne fosse quello del Di Carlo, perché difatti mancava fra le ossa rinvenute in precedenza”.

Ma, dopo questo ritrovamento, nessuno si domandò cosa era successo al povero Carabiniere: “Comunque, le indagini espletate in proposito non diedero nessun esito, per cui gli atti vennero senz’altro archiviati, ritenendosi che il Di Carlo fosse morto per fatto di guerra”.

Cosa volesse dire “fatto di guerra” non sappiamo, probabilmente un “incidente” … se non fosse che, proprio in quegli anni, questo Appuntato venne annoverato tra i Militi caduti “per la liberazione nazionale” (?).

E qui, si apre una parentesi: da chi venne riconosciuto come caduto della Resistenza? Attraverso quale istruttoria, testimonianze, documenti? La risposta è sconcertante: non esiste nessuna istruttoria, documento o testimonianza agli atti che possano indicarci come morì il disgraziato Carabiniere della RSI.

In realtà, una documentazione ufficiale sul Di Carlo esiste, anche se non cita minimamente le cause della morte, segno evidente che non ci sono atti al riguardo. Esiste, infatti, un carteggio abbastanza dettagliato sulle vicende dei Carabinieri della Stazione di Giove durante la Repubblica Sociale Italiana. Documento elaborato da quella Stazione in data 2 Aprile 1948. In esso si evidenziava che, dopo l’8 Settembre 1943, dei sedici Militi che erano assegnati alla Stazione, ben quattordici si erano sbandati e solo due erano rimasti in servizio: il Comandante Maresciallo Capo Giovanni Bellavia e l’Appuntato Sabatino Di Carlo. Nel Gennaio 1944, con l’incorporazione di tutti i Carabinieri aderenti alla RSI nella nascente Guardia Nazionale Repubblicana, anche il Maresciallo Capo Bellavia aveva fatto perdere le sue tracce, mentre era rimasto in servizio l’Appuntato Di Carlo (al cui fianco, nel frattempo, si erano aggiunti altri tre Carabinieri, due Militi della GNR e un Vicebrigadiere della Guardia con funzioni di Comandante del Distaccamento).

Il Maresciallo Capo Baldassare Marella, Comandante la Stazione dei Carabinieri di Giove nell’Aprile 1948, estensore di questo documento, altro non aggiungeva. E la sintesi era questa: di tutti i Carabinieri Reali in servizio alla Stazione di Giove solo l’Appuntato Di Carlo aveva prestato servizio con la RSI dal primo all’ultimo giorno.

Altri documenti non esistono, eppure, proprio in quei mesi, qualcuno avvalorò l’ipotesi dell’omicidio da parte germanica e l’Appuntato Di Carlo divenne, di conseguenza, un caduto per la “liberazione nazionale”.

Una pubblicazione risalente all’immediato dopoguerra, La Legione Carabinieri Reali “Lazio” ai sui caduti per la liberazione nazionale, lo affermò chiaramente, con una ricostruzione dei fatti che ci lascia basiti. Sorvolando sul fatto accertato e documentato che l’Appuntato Di Carlo fosse un Carabiniere della RSI e che si allontanò dal Distaccamento della GNR dal quale dipendeva solo dopo la ritirata generale dei Tedeschi e delle Forze Armate della RSI per sfuggire a vendette politiche di comunisti locali e per non essere catturato dagli Alleati che sopraggiungevano, tale pubblicazione sostiene che – invece – lo stesso si fosse sbandato “per non prestare servizio alle dipendenze dell’oppressore”. Ora, accertato che Di Carlo fu sempre – dal primo all’ultimo al giorno – un Carabiniere della RSI, chi si intende per “oppressore”? Gli Alleati? O i Germanici con i quali aveva oggettivamente, anche solo indirettamente, collaborato per nove mesi?

Ma andiamo avanti. Si sostiene che, nel Giugno 1944, “anelante la libertà usciva dal suo rifugio; la sua meta era Roma, la Capitale già libera. Finalmente egli si sarebbe potuto presentare alla sua Legione”. Lasciando stare la “libertà”, sappiamo benissimo che il “rifugio” del Di Carlo per i nove mesi precedenti era stata dapprima la Stazione dei Carabinieri della RSI di Giove (Settembre-Dicembre 1943) e poi il Distaccamento della GNR di Giove (Gennaio-Giugno 1944). In questi nove mesi era rimasto tranquillamente in contatto con tutti i Comandi superiori, sia dei Carabinieri della RSI che della Guardia Nazionale Repubblicana, dai quali dipendeva e dai quali prendeva regolare stipendio.

Sul perché si allontanò da Giove occorre ripetersi, perché si tratta di conclusione affermata da indagini effettuate dai Carabinieri e, quindi, con valore probatorio: “Perché intendeva sfuggire alle ricerche di taluni facinorosi del paese i quali intendevano catturarlo per poi od ucciderlo o consegnarlo alle truppe alleate”.

La problematica ricostruzione del libro La Legione Carabinieri Reali “Lazio” ai sui caduti per la liberazione nazionale si conclude: “Imbattutosi in truppe tedesche inferocite dalla inevitabilità della ritirata, veniva da queste ucciso”. Benissimo, non vogliamo noi contestare questa versione… ma chi attesta questa uccisione?

Chi ha visto militari germanici assassinare il Di Carlo?

Perché avrebbero ucciso un Carabiniere della RSI e non tutte le persone della zona, magari lasciando pure libertà di movimento a quei partigiani armati di mitra che – come vedremo – erano “a caccia” del Di Carlo?

Ma, poi, vi erano tedeschi in zona in quelle ore oppure, come è documentato, avevano lasciato la provincia da diversi giorni e le retroguardie – che avevano ben altro da fare che uccidere Carabinieri della RSI e lasciar campo libero ai partigiani armati – erano in realtà a più di trenta chilometri (linea d’aria) a Nord dai luoghi dell’assassinio?

Tutte domande a cui non sembra difficile dare una risposta logica.

Comunque sia, nessuno si fece domande e, ovviamente, diede le logiche risposte. Fu così che il nome di Sabatino Di Carlo venne impresso sul monumento dedicato alla memoria dei Carabinieri caduti per la Resistenza presso il Comando Legione di Piazza del Popolo a Roma. E la storia si concluse velocemente così, mettendo a tacere tutte le altre voci che descrivevano ben altri avvenimenti, bel altra scena del crimine. Del resto, in quei mesi, il clima politico era rovente: il Partito Comunista Italiano si apprestava alla “conquista del potere”, partigiani armati imponevano ovunque il nuovo ordine rivoluzionario, violenze e soprusi erano all’ordine del giorno. Anche le Autorità di Pubblica Sicurezza piegavano il capo davanti ad un clima torbido di arbìtri. Ma la storia andò in tutt’altro modo da quanto avevano progettato i comunisti: dapprima estromessi dal Governo (Giugno 1947) e, poi, drammaticamente sconfitti alle elezioni (Aprile 1948). Si apriva allora per l’Italia una nuova storia. E fu così che le molte indagini sui crimini contro l’umanità commessi dai partigiani durante la guerra civile poterono essere riprese secondo un criterio di giustizia e non più di omertà, connivenza, paura. Nel Settembre 1949, guarda caso, le indagini sulla morte dell’Appuntato Di Carlo presero un’improvvisa accelerazione:



[…] Tali indagini furono riprese in tempo successivo, tanto che la Stazione dei Carabinieri di Giove ritenne di dovermene [al Procuratore della Repubblica di Viterbo] riferire (rapp. N. 48 del 18 Settembre 1949) nella fondata convinzione che l’uccisione di Di Carlo fosse dovuta non a Guastatori tedeschi sbandati, come si era supposto, ma proprio a persone di Giove che avevano inseguito il Di Carlo stesso, quando costui si era allontanato dal paese per dirigersi verso Roma.

[I quattro partigiani comunisti identificati: Ettore Natale, Giovanni Porcacchia, Enrico Picchialuti e Dante Nevi], interrogati l’uno dopo l’altro e pur attraverso reticenze e contraddizioni hanno finito per ammettere di aver inseguito per lungo tratto il Di Carlo oltre il Fiume Tevere (che segna il confine tra la provincia di Terni e quella di Viterbo) allo scopo di catturarlo e “prendere la soddisfazione di dargli quattro schiaffi”. Hanno aggiunto però di non averlo potuto raggiungere e di essere tornati indietro.

Il barcaiuolo Iacobini Adamo, addetto al traghetto della barca in località Mugnano, dopo la distruzione dei ponti sul Tevere, ha potuto riconoscere tre delle quattro persone suddette, specificando che tutte erano armate di mitra, ed aggiungendo che, dopo essere stati informati da lui del passaggio del Di Carlo sul fiume qualche ora prima, lo attraversarono anch’essi, senza più far ritorno, né in quel giorno, né successivamente.

Durante gli interrogatori eseguiti dalla Polizia giudiziaria, [un partigiano] ha espressamente dichiarato di aver appreso, dopo appena una quindicina di giorni dal fatto, che il Di Carlo era stato trovato ucciso in un bosco nei pressi di Bassanello: dichiarazione questa di grandissima importanza perché dimostra come egli fosse già a conoscenza dell’omicidio, mentre solo nell’Ottobre successivo [1944], cioè dopo quattro mesi dal fatto, furono rinvenute le ossa del cadavere e si poté accertare, attraverso l’esame dei documenti che il morto era precisamente l’Appuntato Di Carlo.

Le indagini dei Carabinieri offrono molti indizi a carico delle quattro persone sunnominate. Non altrettanto però può dirsi, allo stato degli atti, relativamente ai pretesi istigatori dell’omicidio, i quali sarebbero rimasti in paese per compiere altre vendette politiche in attesa dell’arrivo delle truppe alleate.

Ho richiesto intanto al Giudice istruttore per l’istruzione opportuna che si presenta lunga e difficoltosa.


Il 13 Febbraio 1952, scattarono le manette contro quattro partigiani di Giove: Dante Nevi, Enrico Picchialuti, Giovanni Porcacchia ed Ettore Natali. Alcuni, già interrogati nei due anni precedenti, avevano sempre respinto ogni accusa, sebbene fosse accertata la loro presenza nella zona del delitto e avessero ammesso che, in quel giorno, erano “a caccia” dell’Appuntato per dargli una lezione.

Si indagò su chi potesse essere il mandante e il “cerchio” si chiuse sui più alti esponenti dell’antifascismo di quei giorni a Giove, ossia Giovanni Sapori, Antonio Bernardini e Vittorio Minet, quest’ultimo noto esponente del PSI, che vennero associati alle carceri, facendo salire a sette i partigiani sospettati.

Minet nominò subito un difensore, l’Avv. Nino Manna, e si presentò dai Giudici con quella che – secondo lui – era la “prova” dell’innocenza dei ribelli: “Un libro-ricordo sui Carabinieri nella lotta di Liberazione, ove il Di Carlo era nominato tra i Carabinieri caduti ad opera dei Tedeschi”, scritto niente meno che dal Gen. Filippo Caruso, durante la RSI a capo del Fronte Militare Clandestino di Resistenza dei Carabinieri. Infine, l’“asso nella manica”: la fotografia del monumento di Piazza del Popolo dove il nome dell’Appuntato era inscritto tra quelli “caduti di fronte ai Tedeschi”.

Ora, fermo restando che tutto ciò non costituisce la prova di nulla, ognuno sui libri e sui monumenti può scrivere quello che vuole – abbiamo esempi clamorosi che indignano! –, come si poteva credere che tali “documenti” potessero costituire prove di innocenza, senza produrre una adeguata indagine?

Ebbene, le cose andarono proprio così. Si considerò il “libro-ricordo” del Gen. Caruso – probabilmente trattasi del volume L’Arma dei Carabinieri in Roma durante l’occupazione tedesca (Poligrafico dello Stato, Roma 1949) – la “prova storica” che certificava, senza ombra di dubbio, la fine dell’Appuntato Di Carlo, anche se Caruso non ebbe assolutamente modo di conoscere chi fosse il Carabiniere della RSI e come morì, Milite che – con ogni probabilità – venne “arruolato d’ufficio” nel Fronte solo per carità o disattenzione.

Sarebbe bastato chiedere al famoso Generale su quali basi documentali aveva ricostruito la fine del Di Carlo per considerare il “libro-ricordo” per quello che era.

Sta di fatto che davanti a così “eclatanti prove”, il 27 Marzo 1952, i sette partigiani vennero scarcerati, con piena soddisfazione dei movimenti antifascisti che mal tollerarono la campagna “antipartigiana” (?) intrapresa dalla “reazione” (cfr. Assolti sette partigiani accusati di un delitto commesso dai nazisti, “Avanti!”, a. LXVI, n. 76, 28 Marzo 1952). Rimandando, quindi, il proseguo dell’indagine ad una più “serena” analisi in Istruttoria, della quale però si perse memoria.

[Infruttuosa è stata la consultazione della collezione de “Il Tempo” che gli antifascisti accusavano di aver inscenato una “campagna contro i partigiani con particolare vivacità”.

I sette antifascisti di Giove arrestati furono prosciolti in applicazione dell’amnistia Togliatti che, per l’appunto, scagionava tutti i partigiani dei crimini commessi anche dopo la fine della guerra].

L’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana si è interessata del caso, aprendo un fascicolo sull’Appuntato dei Carabinieri della RSI Sabatino Di Carlo perché non si dimentichi il suo sacrificio per la Patria e un crimine rimasto impunito.