VIAGGIO DEL RICORDO
4/6/2026di Maria Teresa Merli
È con grande soddisfazione che annunciamo la partecipazione dell’IIS Alberghetti di
Imola al bando di concorso ministeriale dedicato alla diffusione della storia del
confine orientale italiano. Grazie ai fondi stanziati, 26 alunni delle classi Quarta
e Quinta APM hanno avuto l'opportunità di intraprendere un percorso formativo unico
alla scoperta della memoria e dell'identità nazionale.
L'iniziativa è stata resa possibile dall’impegno delle docenti Mulinacci e Cenni, che
hanno curato con dedizione ogni adempimento burocratico e progettuale. Un
ringraziamento particolare va al Dirigente Scolastico, prof. Macciantelli, e alla
DSGA per il supporto fornito e per aver consentito, con il loro tempestivo
intervento, la concreta realizzazione dell’iniziativa.
Il viaggio ha visto il coinvolgimento diretto della professoressa Merli, che insieme
alle colleghe ha accompagnato il gruppo in un itinerario guidato dalla Federazione
degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati. Gli studenti sono stati supportati da guide
specializzate e testimoni diretti dell’Esodo, che hanno offerto loro l’opportunità di
confrontarsi con la storia viva e di approfondire una pagina fondamentale del nostro
passato.
Primo giorno: 28 aprile 2026
La prima giornata si è svolta a Trieste ed è stata dedicata all’approfondimento di
una delle pagine più dolorose e spesso trascurate della storia italiana: l’esodo
giuliano-dalmata e il dramma delle foibe.
La giornata è cominciata con la visita al Magazzino 18, luogo simbolo dell’esodo. Qui
sono conservate le masserizie abbandonate dagli italiani costretti a lasciare le
proprie terre. In origine erano circa 70.000 metri cubi di beni; oggi ne restano
circa 2.000, spostati e riordinati nel tempo grazie al lavoro dei volontari. Il
Magazzino rappresenta in modo tangibile il dramma dell’esilio: ogni oggetto è
contrassegnato da un numero e ogni numero corrisponde a una persona, a una famiglia.
L’esule diventa così un numero, perdendo identità e dignità. Anche la parola “esule”,
per lungo tempo, è stata pronunciata quasi sottovoce, imposta come un’etichetta e
trasmessa persino alle generazioni successive con espressioni come “nipote di esule”.
È stato approfondito il tema dei centri di raccolta profughi, che arrivarono ad
accogliere tra le 2.000 e le 3.000 famiglie a settimana per circa un anno. Le
condizioni di vita erano estremamente difficili: si viveva in box di circa 4x5 metri,
progettati inizialmente dagli americani, con letti a castello che ospitavano anche 11
o 12 persone. Le famiglie potevano lasciare questi spazi solo quando raggiungevano un
minimo di autosufficienza. Il 95% delle masserizie non venne mai ritirato: molte
persone morirono nei campi, si ammalarono o si tolsero la vita. Gli anziani spesso si
lasciavano morire, mentre molti ragazzi, considerati adulti già a 13 anni, venivano
mandati a lavorare anche lontano, subendo dolorosi distacchi dalle famiglie.
Successivamente si è visitato il Campo profughi di Padriciano, inizialmente nato come
riformatorio e attivo fino alla metà degli anni ’70. Qui vissero circa 4.000 persone.
Le famiglie erano ospitate in una trentina di baracche di legno, suddivise in piccoli
spazi interni e prive di servizi essenziali: spesso era presente solo una lampadina.
Inizialmente uomini e donne dormivano separati, ma successivamente le famiglie
riuscirono a riunirsi. Le condizioni erano durissime, soprattutto durante l’inverno
del 1956, quando si raggiunsero temperature di -17°C. Per scaldarsi si utilizzavano
fornelletti che talvolta causarono incendi nelle baracche. I bambini frequentavano
collegi spesso lontani, aumentando ulteriormente le fratture familiari. Le prefetture
si occuparono della gestione delle famiglie, che poterono lasciare il campo solo
quando il capofamiglia trovava lavoro; le vedove, invece, difficilmente riuscivano a
rendersi autonome, poiché impegnate a crescere i figli.
La giornata si è conclusa con la visita alla Foiba di Basovizza, originariamente un
pozzo minerario, poi utilizzato come discarica e, tragicamente, per gli infoibamenti
degli italiani. Al suo interno giacciono ancora i resti di circa 1.500/2.000 corpi.
Inserita nel contesto del territorio carsico, la Foiba di Basovizza è oggi un
Monumento Nazionale, simbolo della memoria e del rispetto per le vittime.
Seconda giornata: 29 aprile 2026
La seconda giornata si è svolta a Pirano, città simbolo dell’identità italiana sulla
costa istriana, oggi parte della Slovenia ma profondamente segnata dalla sua storia
veneziana. Attualmente Pirano conta ufficialmente circa 3.800 abitanti, anche se i
residenti effettivi sono circa 300. Un dato che colpisce, soprattutto se confrontato
con il passato: nel XIV secolo la popolazione raggiungeva circa 7.000 persone. Prima
del 1947, il 98% degli abitanti era di lingua e cultura italiana, elemento che rende
evidente la portata dell’esodo e delle profonde trasformazioni demografiche del
secondo dopoguerra.
Passeggiando per la città emerge chiaramente come Pirano “respiri Venezia”.
L’influenza della Repubblica di Venezia è visibile nell’architettura,
nell’urbanistica e nei dettagli artistici. La città si dedicò alla Serenissima nel
1283, mantenendo un proprio statuto e un’identità definita all’interno di un rapporto
solido e duraturo. Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla
toponomastica: le insegne stradali riportano il doppio nome, italiano e sloveno, a
testimonianza della complessità identitaria del territorio. Tuttavia, a fronte del
riconoscimento formale del bilinguismo, l’insegnamento della lingua italiana nelle
scuole risulta oggi limitato a poche ore, contribuendo a una progressiva perdita
linguistica.
Tra i luoghi più rappresentativi visitati spicca Piazza Tartini, cuore della città,
intitolata al grande compositore e violinista Giuseppe Tartini, considerato tra i più
importanti musicisti europei del Settecento e definito “Maestro delle Nazioni”. La
sua abitazione, oggi nota come Casa Tartini (un tempo Casa Pizzagrua), rappresenta un
simbolo della tradizione culturale italiana della città ed è sede di iniziative
legate alla musica barocca. Casa Tartini è stata anche luogo di riferimento per la
Comunità degli Italiani di Pirano, che ancora oggi svolge un ruolo fondamentale nella
tutela e nella valorizzazione dell’identità italiana del territorio.
Il tessuto urbano racconta una storia complessa: molti edifici sono stati
nazionalizzati, in alcuni casi anche più volte, riflettendo i profondi cambiamenti
politici del Novecento. Si percepisce ancora oggi quello che è stato definito “il
silenzio degli anziani”: una memoria non raccontata, spesso per la durezza delle
esperienze vissute. Dal punto di vista architettonico, Pirano conserva tracce di
grande ricchezza: un tempo si contavano 23-24 chiese, segno di una forte vitalità
religiosa e culturale. Con l’avvento del socialismo si osserva però un progressivo
declino stilistico, evidente anche in modifiche più semplici e funzionali apportate
agli edifici e alle finestre.
Tra gli altri luoghi visitati: Porta Campo, l’antico ghetto ebraico e Piazza
Portadomo, caratterizzata da una cisterna centrale un tempo fondamentale per
l’approvvigionamento idrico. L’acqua era a pagamento e sorvegliata da appositi
guardiani, a testimonianza della sua importanza vitale per la comunità. Interessante
anche la presenza di elementi architettonici tipici, come le “finestre con sburto”.
Rilevante, inoltre, è il contributo della Regione Veneto, che ancora oggi promuove
bandi per la manutenzione e la conservazione del patrimonio storico italiano presente
nell’area.
Un passaggio di particolare rilievo riguarda la chiesa di Sant’Andrea e il tema della
memoria storica. Pirano firmò la propria Dedizione a Venezia nel 1283, rimanendo
fedele alla Serenissima fino alla sua caduta nel 1797. Il luogo in cui tale decisione
fu presa esiste ancora oggi: si trova lungo la salita che dalla Pusterla conduce al
Duomo e, a metà percorso, è visibile ciò che resta dell’antica chiesetta di
Sant’Andrea. Nel 1883 un’iscrizione marmorea ricordava quell’evento fondamentale per
la storia cittadina; oggi, tuttavia, tale memoria risulta sostanzialmente
dimenticata: un caso emblematico di come anche passaggi fondativi possano essere
progressivamente rimossi, configurando una sorta di "damnatio memoriae".
A Pola, la visita all’Arena ha offerto un’ulteriore chiave di lettura del viaggio.
L’anfiteatro romano, tra i meglio conservati al mondo, testimonia una presenza
millenaria e una stratificazione culturale che affonda le proprie radici nell’età
romana e si sviluppa nei secoli successivi in un contesto pienamente inserito nella
storia italiana e adriatica. Di fronte a una tale continuità storica, il dramma
dell’esodo giuliano-dalmata appare ancora più evidente: non si è trattato soltanto di
uno spostamento di popolazioni, ma di una frattura improvvisa che ha interrotto un
legame secolare tra territorio, cultura e comunità. L’Arena diventa così anche un
luogo di riflessione: le pietre che raccontano duemila anni di storia contrastano con
il silenzio lasciato da chi è stato costretto ad abbandonare queste terre.
Terza giornata: 30 aprile 2026
La terza giornata si è svolta presso il Museo M9, attraverso un laboratorio dedicato
al tema del confine, parola chiave per comprendere la storia del Novecento lungo
l’Adriatico orientale.
Il lavoro si è aperto con un brainstorming sul significato del termine “confine”,
mettendolo a confronto con il concetto di “frontiera”. Se il confine delimita e
separa, la frontiera racconta invece uno spazio di incontro, scambio e
contaminazione. La frontiera adriatica è stata per secoli proprio questo: un crogiolo
di culture, lingue e identità diverse. Tuttavia, nella prima metà del Novecento,
questa ricchezza si è trasformata in motivo di conflitto. In quest’area, la linea di
confine cambiò fino a sette volte, segnando profondamente la vita delle popolazioni
locali.
Al termine della Prima Guerra Mondiale, l’Italia ottenne diversi territori, tra cui
la città di Fiume. Tuttavia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti di questi
territori vennero perduti, determinando una drammatica ridefinizione dei confini. Un
passaggio particolarmente significativo riguarda le politiche di assimilazione
forzata: durante il periodo fascista fu imposto l’obbligo di italianizzare i cognomi
slavi; dopo il 1947 la situazione si ribaltò, con una slavizzazione forzata dei
cognomi italiani. Questo clima di pressione e ostilità contribuì direttamente
all’esodo.
Attraverso la visione del video “Pola addio”, è emersa con forza la drammaticità di
quei momenti. A Pola, tra le 25.000 e le 27.000 persone furono costrette a lasciare
la propria città, imbarcandosi sulla motonave Toscana.
Le immagini raccontano una città svuotata: negozi chiusi, scritte in lingua slava, il
leone di San Marco scalpellato, simbolo di un’identità cancellata. Si vedono famiglie
in partenza con poche masserizie, spesso disposte in modo da nascondere perfino la
vista del mare, quasi a rendere meno doloroso l’addio. Alcuni portano con sé perfino
le bare dei propri cari, vittime di violenze, come ultimo gesto di dignità. Ognuno
sembra voler trattenere un frammento della propria città, della propria storia. È un
addio definitivo: “Non si torna”. Il video aveva anche lo scopo preciso di
sensibilizzare la popolazione italiana all’accoglienza di queste persone.
Il tema dell’esodo è stato poi approfondito nelle sue diverse fasi. I primi a partire
furono proprio i polesani, dando vita a una fuga di massa. Seguì una seconda ondata
dalla cosiddetta “Zona B”, da Capodistria fino a Cittanova. I profughi vennero
distribuiti in centri di raccolta sparsi su tutto il territorio italiano. Attraverso
il video “Il Ricordo”, si è dato spazio alle testimonianze dirette di chi visse
quell’esperienza da bambino o adolescente. Racconti segnati dalla povertà, dalla vita
nei campi profughi, dai pianti e dagli addii nelle stazioni.
Emergono storie di infanzie spezzate, di ragazzi costretti a lavorare già a 13 anni,
di famiglie divise. Il dolore di chi è partito si accompagna a quello di chi è
rimasto: spesso anziani, morti poco dopo senza la possibilità di un ultimo saluto.
Molti testimoni raccontano di aver compreso solo con il tempo le scelte dei propri
genitori. Altri sottolineano come la sensazione di essere “profughi” non li abbia mai
abbandonati, nonostante abbiano ricostruito una vita dignitosa con sacrifici enormi.
Ciò che emerge con maggiore forza è il senso di essere diventati stranieri nella
propria patria.
L’attività laboratoriale si è conclusa con la realizzazione di elaborati grafici
ispirati alla complessità degli eventi affrontati. I ragazzi hanno riconosciuto in
questo momento una sintesi particolarmente efficace del percorso svolto.
Si desidera esprimere un sentito ringraziamento al Ministero dell'Istruzione e del
Merito per l’iniziativa promossa. È stata un’occasione unica di approfondimento su
una vicenda storica ancora poco conosciuta, che riguarda connazionali e che
appartiene a pieno titolo alla nostra storia nazionale recente. Il viaggio ha
permesso di restituire voce e dignità a una memoria che troppo a lungo è rimasta
silenziosa.

